Risposte

  • Fabio

    Hai ragione

    Io mi riferivo al fatto che il Venezuela non riusciva a comprare cibo e altro per  consumo interno.  Il caso della coca cola è invece proprio un esempio della globalizzazione: si produce in un  paese a bassi salari per vendere in quelli a piu alti salari.  Il risultato  è quello di abbassare le condizioni di lavoro nei paesi avanzati.  Ovviamente il Venezuela,  paese povero, ha tutto da guadagnare con la globalizzazione ed è non ragionevole rifiutarla.

    Non credo pero che il Venezuela la rifiutasse, ma semplicemente è stato travolto dalla crisi generale scatenata dal prezzo  del petrolio e da una politica ideologica e folle  D’altra parte anche tu dici che il venezuela non è uscito solo dalla  globalizzazione ma dal commercio internazionale.

     

    Fabio Colasanti 11 Febbraio 2019, alle 18:30

    Giovanni,

    la tua osservazione non è corretta.   La fabbrica della Coca Cola (tanto per fare un esempio) che ha dovuto interrompere la produzione per mancanza di materie prime non è stata bloccata dalla propria mancanza di mezzi.   La fabbrica ha un suo mercato sicuro e potrebbe vendere ancora la Coca Cola se solo potesse produrla.

    Non può importare lo zucchero e altre materie prime necessarie perché il sistema istituzionale del Venezuela è tagliato fuori dal sistema economico mondiale.   Questo è divuto in parte alle sanzioni economiche americane, ma molto più alle decisioni "bolivariane" di Chavez e Maduro che hanno messo il paese fuori dal sistema economico mondiale.

    Quello che è crollato in Venezuela è l'ordinamento istituzionale che è fondamentale per ogni economia e ogni società.   Una delle cose che lo ha fatto saltare è l'iperinflazione.   Il Venezuela è uscito dall'economia mondiale (non solo dalla globalizzazione).

  • Giovanni,

    la tua osservazione non è corretta.   La fabbrica della Coca Cola (tanto per fare un esempio) che ha dovuto interrompere la produzione per mancanza di materie prime non è stata bloccata dalla propria mancanza di mezzi.   La fabbrica ha un suo mercato sicuro e potrebbe vendere ancora la Coca Cola se solo potesse produrla.

    Non può importare lo zucchero e altre materie prime necessarie perché il sistema istituzionale del Venezuela è tagliato fuori dal sistema economico mondiale.   Questo è divuto in parte alle sanzioni economiche americane, ma molto più alle decisioni "bolivariane" di Chavez e Maduro che hanno messo il paese fuori dal sistema economico mondiale.

    Il Venezuela soffre di una crisi organizzativa della società che ha bloccato il normale funzionamento di un paese industrializzato.   La fabbrica di Coca Cola ha i suoi incassi in moneta nazionale e scopre che gli averi nella sua moneta non solo valgono pochissimo sui mercati internazionali, ma che nessuna banca è più disposta a effettuare transazioni per lei.   La Coca Cola teoricamente potrebbe utilizzare i suoi ricavi per comprare qualcosa in Venezuela, esportarlo e con il ricavato pagare le importazioni delle sue materie prime.   Ma la cosa è molto più complicata del fare un trasferimento bancario come ogni altra impresa mondiale e, probabilmente, sarebbe la cosa sarebbe anche proibita dalle autorità venezuelane.

    Quello che è crollato in Venezuela è l'ordinamento istituzionale che è fondamentale per ogni economia e ogni società.   Una delle cose che lo ha fatto saltare è l'iperinflazione.   Il Venezuela è uscito dall'economia mondiale (non solo dalla globalizzazione).

  • Ottimo e chiaro articolo

    Il fatto pero che il Venezuela non riesce a importare  beni necessari non c’entra niente con una limitazione della globalizzazione  Molto piu semplicemente non ha  i mezzi necessari per acqauistarli per  i motivi che l’articolo chiarisce  Dazi e globalizzazione non c’entrano nulla: non sono cose  che si applicano al petrolio. 

    Fabio Colasanti 8 Febbraio 2019, alle 13:26

    Un interessante pezzo che ritraccia la storia economica recente del Venezuela e spiega l'origine dei suoi problemi.   E' interessante notare la parte dove si spiega come tante produzioni domestiche siano state interrotte a causa della difficoltà di importare i necessari prodotti di base.   Ci ricorda quanto interdipenendenti siano le economie oggi e come sia illusorio pensare di ritornare a forme di autarchia.

    https://www.lavoce.info/archives/57472/venezuela-una-crisi-che-part...

    Venezuela: una crisi che parte da lontano
    Il Venezuela è nel mezzo di una crisi economica e istituzionale drammatica. Le origini si ritrovano in politiche assistenziali finanziate prima con g…
  • Un interessante pezzo che ritraccia la storia economica recente del Venezuela e spiega l'origine dei suoi problemi.   E' interessante notare la parte dove si spiega come tante produzioni domestiche siano state interrotte a causa della difficoltà di importare i nezcessari prodotti di base.   Ci ricorda quanto interdipenendenti siano le economie oggi e come sia illusorio pensare di ritornare a forme di autarchia.

    https://www.lavoce.info/archives/57472/venezuela-una-crisi-che-part...

    Venezuela: una crisi che parte da lontano
    Il Venezuela è nel mezzo di una crisi economica e istituzionale drammatica. Le origini si ritrovano in politiche assistenziali finanziate prima con g…
  • http://laboress-afrique.org/IMG/pdf/rapport_final_50eipd.pdf

     

    E' un link interessante che ci fa capire molto delle sfide globali attuali.

    http://laboress-afrique.org/IMG/pdf/rapport_final_50eipd.pdf
  • Consiglio a tutti di rivedere la trasmissione di Report di questa settimana. 

    Demolisce le paure sul CETA.  Mostra come nel 2018, primo anno di applicazione del CETA, le esportazioni della maggior parte dei formaggi italiani verso il Canada siano aumentate tra il 30 e l'80 per cento, con quelle dei principali formaggi aumentate tra il 50 e il 60 per cento.   Anche le esportazioni di formaggi che non rientrano nelle 41 DOP protette (per esempio quelle del pecorino calabrese) sono aumentate fortemente.    

    Alla risposta se 41 DOP protette siano poche, un intervistato ha ricordato che sono 41 più di prima !   E che comunque queste 41 DOP coprono il 90 per cento delle esportazioni italiane di formaggi. 

    E, in ogni caso, non dobbiamo dimenticare che le esportazioni di prodotti agricoli e alimentari rappresentano meno del 10 per cento delle esportazioni italiane.  La Confindustria vedo molto positivamente il CETA e considerano una sua eventuale non ratifica una iattura.   L'insieme delle esportazioni di prodotti manufatti verso il Canada nel 2018 è aumentato del 11 per cento.  Noi esportiamo tre volte più di prodotti manufatti verso il Canada di quanto ne importiamo. 

    Nel 2018, le esportazioni italiane di abbigliamento verso il Canada sono cresciute del 20 per cento.  La stessa percentuale di aumento si è registrata per le scarpe. 

    Le paure vengono piuttosto dl lato canadese dove molti produttori si lamentano della accresciuta concorrenza italiana. 

    Non ci sono problemi dal punto di vista degli standard alimentari.   I produttori di carni che vogliono vendere in Europa devono farlo senza utilizzare ormoni e il CETA non cambia nulla a questa situazione.   Il glifosato è ammesso.    Ma l'agenzia europea per la sicurezza alimentare non lo considera cancerogeno.  L'Organizzazione mondiale per la sanità lo ha messo nella categoria dei prodotti "possibilmente cancerogeni".  Ma questa categoria contiene anche la carne rossa e il vino ! 

    La Coldiretti, l'unica associazione agricola contraria al CETA (anche se è la più grande), sembra essere dominata da alcuni settori minoritari.    A questi si sono aggiunti i partiti sovranisti (dalla Lega a Fratelli d'Italia) e gli oppositori all'economia di mercato (Leu). 

    La battaglia sul CETA si sta delineando sempre più come una battaglia ideologica guidata dai sovranisti e che seguito tra un'opinione pubblica male informata.  Una eventuale non ratifica del CETA da parte dell'Italia costituirebbe un colpo molto grave per la nostra economia.

    Se c'è un paese che ha tutto da guadagnare da una maggiore apertura al commercio internazionale questo è l'Italia.

  • Un altro chiodo nella bara della bufala del franco CFA come elemento che spingerebbe alcuni africani ad emigrare.

    http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2019/01/25/franco-cfa-20-ann...

    Franco CFA: in 20 anni l'export francese in Africa si è dimezzato
    Il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio (M5S) ha rimproverato nei giorni scorsi alla Francia di sfruttare la sua posizione di ex paese colonia…
  • Un interessante commento di una persona che sa di cosa parla sulle responsabilità coloniali francesi in Africa e sul franco CFA.

    https://www.africarivista.it/mario-giro-franco-cfa-una-polemica-nat...

    Mario Giro ▸ Franco Cfa: una polemica nata vecchia
    Non si può discutere di questioni serie come la decolonizzazione in termini di propaganda politica da utilizzare come clava contro avversari. La ques…
  • Angelo,

    hai ragione su chi ha acquistato il resto del debito pubblico americano.

    Aggiungo un grafico sull'andamento del rapporto tra debito pubblico e PIL dell'Italia, del Regno Unito e del resto dell'eurozona.

    719560967?profile=RESIZE_930x
    Il grafico mostra che dopo la crisi del 2007/2008, il Regno Unito e gli Stati uniti hanno potuto usare la politica di bilancio in funzione anticiclica molto più di noi perché erano in una situazione molto migliore della nostra.   Avevano rapporti debito pubblico/PIL attorno al 60 per cento o meno; mentre noi eravamo già al 100 per cento.

    Una domanda interessante è perché il resto dell'eurozona, che pure aveva un punto di partenza simile a quello americano, non abbia utilizzato la politica di bilancio di più, cosa che per altro era stata raccomandata nel 2008 anche dalla Commissione europea.   Hanno pensato di non averne bisogno ?   Non lo so.   Ci devo pensare.

    In ogni caso non bisogna dimenticare che buona parte dell'aumento del debito pubblico di Stati Uniti, Regno Unito e resto dell'eurozona nel 2009-2010 è stato dovuto agli interventi per ricapitalizzare le banche più che ad aumenti dei disavanzi.   Noi in quegli anni non abbiamo speso un euro per le banche (cosa che ci è costata cara più tardi).

  • Ringrazio Fabio per i grafici che ha pubblicato. 

    Anche se non sono indicate le unità di misura (mln., mld, migliaia di mld,) mi sembra evidente che dal 3/2013 al 10/2018 il debito USA è cresciuto di quasi il 28% , mentre la quota detenuta dalla Federal Reserve si è mantenuta sul 12% e quella detenuta dagli investitori esteri è statbilizzata sul 35%. Curiosità:  il rimanente 53% da chi è stato scottoscritto?  da famiglie e imprese americane?

    Comunque sulla parte di debito collocato all'estero, Cina e Giappone risultano i principali finanziatori con circa il 18% ciascuno.

    Rispetto al totale del debito USA (17418,8), il grafico evidenzia che la Cina ha sottoscritto il 6.5%%, mentre il Giappone ha sottoscritto qualcosina in meno ( 5,8%). 

    Credo che fare la guerra dei dazi ad una nazione che ti finanzia il 6,5% del debito pubblico  non sia la cosa più semplice di questo mondo, e penso che questi aspetti rappresentino buona parte delle incognite che gravano sull'economia mondiale.

    Mi piacerebbe uno scambio di opinioni nel merito.

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